Che cos’è il food design (?) Dario Mangano

Aggiornamento: 29 gen 2019

Fino a due anni fa se si cercava su internet la parola “Food design” purtroppo i risultati non erano molti, essendo una disciplina ancora sconosciuta e unica nel suo genere, sviluppatasi in pochissimo tempo grazie al boom dei social e del cibo gourmet preparato nelle cucine degli chef stellati, ormai diventati un marchio. Ora basta digitare entrambe le parole per ricevere tantissimi risultati di eventi, master, corsi e chi più ne ha più ne metta.



Il potere di internet è così influente e veloce da far evolvere,  in modo positivo o negativo che sia, qualsiasi novità che, purtroppo, vede il FD in bilico tra due realtà : il primo dove prevale il mondo del food styling, piatti gourmet, idee di food marketing finalizzate alla sola vendita del prodotto tralasciando le cause passate e future; il secondo, molto sconosciuto, dove agricoltori, ingegneri, ricercatori, ONG, chefs, food designers etc.. cercano di “dirigere” questo vasto mercato, del cibo, su una via più innovativa, sostenibile e che rispetti l’ambiente, soprattutto l’individuo, al fine di una vita e una produzione più intelligente, focalizzandosi anche sul corretto consumo del cibo e la sua esperienza. Sono due realtà molto lontane ma vicine allo stesso tempo,  soprattutto quando dalla produzione si arriva alla vendita.


Il libro che vi presento è di Dario Mangano, insegnante di semiotica nell’università di Palermo e nell’università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Lo scrittore ci pone domande, e sopratutto ci fa riflettere, riguardo a cosa possa essere considerato food design oggi, parlando, in maniera generale, di entrambe le realtà da me elencate qui sopra. Purtroppo si focalizza più sulla parte gastronomica, estetica, storica e progettuale del cibo e di ciò che rende un ristorante stellato, unico nel suo genere. Ma in ogni caso trovo il libro davvero interessante, con accenni alle stampanti 3D per il cibo, oggetti edibili e non, ma soprattutto perchè spiega dal punto di vista semiotico il mondo del FD, carattere importantissimo da non sottovalutare, soprattutto perché apre la mente grazie a ragionamenti semplici ma dettagliati.


Uno degli esempi più interessanti che ho trovato nel libro, di cui mi piacerebbe un giorno approfondire, riguarda la semiosfera. Nominando Jurij Lotman, semiologo russo, si focalizza sulla biologia, dicendo :


“la biologia ci ha consegnato la nozione di biosfera, ovvero l’idea secondo la quale ogni essere vivente è parte di un sistema in cui ogni elemento è in connessione con gli altri. Anche se non ce ne accorgiamo, siamo legati alle altre creature in modo tale che una modifica apportata a un qualunque sottosistema, si ripercuote sugli altri e poi sull’intero. Ma l’uomo, attraverso le sue capacità intellettive, ha potuto creare un’altra sfera composta dall’insieme di testi e linguaggi di cui si serve per comunicare che prende il nome di semiosfera. Tanto la biosfera quanto la semiosfera sono indispensabili alla vita, la prima a quella biologica, la seconda a quella intellettuale. Ora però, se siamo disposti a ritenere che il cibo sia un sistema modellizzante primario e che giochi dunque un ruolo così importante nella costruzione e nella trasformazione delle culture, è allora il caso di pensare a un’ulteriore dimensione che chiameremo gastrosfera. La gastrosfera racchiude e tiene insieme tutti i fenomeni che hanno a che vedere con il cibo, con l’esigenza di nutrirsi ma anche con il portato semiotico che l’accompagna. Non si tratta di un alternativa a biosfera e semiosfera ma di qualcosa che le intercetta e tiene insieme entrambe; un punto di vista sulla cultura. La gastrosfera è la cultura dal punto di vista del cibo. Risulta chiaro allora che non si dà food design se non a partire da una gastrosfera, di cui è la condizione di possibilità. Ogni progetto, inteso nel senso che abbiamo già definito, è tale solo in funzione di un simile spazio di sistema.”



Di seguito una piccola introduzione che potete trovare nel libro.

- Food design è un’espressione che da qualche anno si incontra spesso. Si legge sui giornali, si sente pronunciare in televisione, si insegna nelle università, per non parlare del web, dove una ricerca produce milioni di risultati. Abituati a pensare la parola “design” accanto a molte altre – web, game, interaction ecc. –, non ci stupiamo più di tanto. Se non fosse che a esser rielaborato, progettato, pensato e disegnato questa volta è l’oggetto più antico che l’uomo abbia mai prodotto: il cibo. Ecco allora spuntare, puntuali, gli immancabili dibattiti fra apocalittici e integrati. I primi indignati dall’idea di rielaborare la cara vecchia cucina, e quindi a profetizzare la perdita dei valori della tradizione e la corruzione del gusto. I secondi a magnificare le ultime possibilità che la tecnologia dischiude: nuovi sapori ma anche nuovi modi di preparare il cibo, di produrlo, di renderlo disponibile. Così, mentre il dibattito prospera, eccoci ad ammirare tazzine da caffè edibili, patatine a forma di ditale da intingere nelle salse, collane di cristalli di zucchero, biscotti a forma di splash, hamburger per non vedenti; per non parlare di oggetti che non si possono mangiare, fatti però con materiali commestibili: dai tavoli di pane alle lampade prodotte con fondi di caffè pressato.



- A fianco di tutto ciò, alcuni piatti dei più importanti e stellati cuochi del mondo, che di tanto in tanto, complice un po’ di azoto liquido e sregolatezza, sembrano passare il guado per entrare fra le opere del food design: dal caviale di melone di Ferran Adrià alle “lenti a contatto” di caffè di Carlo Cracco. Opere, sì, perché il food design, almeno in questa fase della sua esistenza, sembra molto vicino all’universo dell’arte, e per varie ragioni. Prima di tutto perché gli oggetti che propone sono spesso presenti solamente in mostre ed esposizioni di arte contemporanea. Al loro interno (pochi) oggetti realmente prodotti in serie e (tanti) concept, idee più o meno balzane come uova a base quadrata (che, alla faccia di Colombo, non necessitano di portauovo) o improbabili carni prodotte in provetta che danno vita a inedite bistecche.


- I foodies, ovvero gli appassionati di cibo, sono un numero sempre crescente. Guardano i tanti format televisivi – dalle competizioni come Masterchef alle trasmissioni social-didattiche come I menu di Benedetta –, leggono i libri dei cuochi, comprano le guide enogastronomiche, vanno a caccia di rubriche nei quotidiani e, soprattutto, postano, postano, postano. È attraverso social network, blog e soci che cresce, moltiplicandosi a dismisura, quella gastromania di cui parla Gianfranco Marrone, che sembra segnare profondamente la contemporaneità. Ognuno può farsi food star, offrire ricette, filmati, idee – riproponendo i piatti della nonna oppure spingendosi verso luoghi culinari inesplorati, convinto dell’autenticità e dell’eccellenza del proprio operato.




- A tutto questo il design ha molto da offrire. La possibilità di innovare innanzitutto, creando fecondi cortocircuiti fra l’universo degli oggetti e quello della gastronomia; l’attenzione per la tecnologia, che si traduce non soltanto nel suo utilizzo ma anche nella sua creazione e messa a punto; e infine l’utopistica conciliazione fra estetica e marketing, fra far soldi e fare qualcosa di bello. Ovvio, ci sono contrasti, opinioni diverse, esiti eterogenei, ma un buon progetto ha per principio la possibilità di risolverli. E così, accanto agli esempi di cui si è detto, c’è un altro food design, meno discusso ma altrettanto presente: la progettazione invisibile e collettiva, quella che interviene sulla gastronomia a livello dei processi produttivi, del packaging, delle soluzioni che hanno come denominatore comune il rispetto dell’ambiente. Si toglie il cibo alla creazione spontanea, all’onda di un piacere che riteniamo istintivo, per farne qualcosa di meglio, per farlo diventare cioè un progetto ben riuscito.


#fooddesign #dariomangano #gourmet #food #design #foodstyling #book #ong #chef #designer #pollenzo #foodmarketing #ambiente #semiotica #pollenzo #3d #JurijLotman #biosfera #semiosfera #gastrosfera #ego #ferranadria #foodies #gastronomico #enogastronomico #packaging

38 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti